Canto V dell’Inferno

Il canto quinto dell’Inferno di Dante Alighieri si svolge nel secondo cerchio, ove sono puniti i lussuriosi; siamo nella notte tra l’8 e il 9 aprile 1300, o secondo altri commentatori tra il 25 e il 26 marzo 1300 (Venerdì Santo).

« Canto quinto, nel quale mostra del secondo cerchio de l’inferno, e tratta de la pena del vizio de la lussuria ne la persona di più famosi gentili uomini. »

Il canto si presenta unitario e compatto, nello sviluppo completo del proprio argomento: descrive infatti il secondo cerchio infernale, quello dei lussuriosi, dal momento in cui Dante e Virgilio vi scendono, al loro congedo dal mondo delle anime.

Dante e Virgilio giungono nel secondo cerchio, più stretto (dopotutto l’Inferno è come un imbuto con cerchi concentrici), ma molto più doloroso, tanto che i dannati sono spinti a lamentarsi.

Qui sta Minosse orribilmente e ringhia di rabbia: egli è il giudice infernale (da Omero in poi), che giudica i dannati che gli si parano davanti, attorcigliando la sua coda attorno al corpo tante volte quanti sono i cerchi che i dannati dovranno scendere per ricevere la loro punizione (è ambiguo se la coda sia lunga da essere attorcigliata in tanti giri quanti il “girone” o se sia corta quindi piegata più volte). Quando i dannati gli si parano davanti infatti confessano tutte le loro colpe e Minosse decide, quale gran conoscitor de le peccata.

Minosse vedendo Dante interrompe il suo ufficio e lo avverte di guardarsi da come entra nell’Inferno e da chi lo guida, che non lo inganni l’ampiezza della porta infernale (come a voler dire che entrarvi è facile ma uscirne no). Virgilio allora prende subito la parola e, come aveva già fatto con Caronte, lo ammonisce a non ostacolare un viaggio voluto dal Cielo, usando le stesse identiche parole: Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole e più non dimandare.

Minosse, che sebbene abbia i tratti grotteschi di un mostro ha nelle sue parole un atteggiamento regale e solenne, sparisce dalla scena senza alcun accenno da parte del poeta. Minosse inoltre è considerato un puro servitore della volontà divina.

Oltrepassato Minosse, Dante si trova per la prima volta a contatto con dei veri dannati puniti nel loro girone:

« Or incomincian le dolenti note

a farmisi sentire; or son venuto

là dove molto pianto mi percuote. »

(vv. 25-27)

In questo luogo buio, dove riecheggiano i pianti, si sente muggire il vento come quando in mare scatta una bufera, per via dei venti contrari che si incrociano; ma questa tempesta infernale non si arresta mai e sbatte gli spiriti con la sua violenza, in particolare quando essi passano davanti a una ruina aumentano le strida, il compianto, il lamento e le bestemmie. Cosa sia di preciso questa ruina non è chiaro, se la spaccatura dalla quale esce la tempesta o una di quelle frane prodotte dal terremoto dopo la morte di Cristo (cfr. inf. XII, 32 e inf. XXIII, 137), o forse il luogo dove i dannati discendono per la prima volta nel girone dopo la condanna di Minosse.

Dante in questo caso capisce al volo chi siano i dannati qui puniti: i peccator carnali / che la ragion sommettono al talento, cioè i lussuriosi che hanno fatto prevalere l’istinto sulla ragione.

Seguono due similitudini legate al mondo degli uccelli: gli spiriti (che sono sbattuti dal vento di qua, di là, di giù, di sù e che spererebbero almeno in un allevio della pena) sembrano gli stormi disordinati ma compatti di uccelli quando fa freddo (durante la migrazione invernale); oppure come le gru che volano in fila, in particolare un gruppo di dannati dei quali Dante chiede spiegazione a Virgilio.

Egli lo accontenta e inizia ad elencare le anime di coloro che hanno la particolarità di essere tutti morti per amore:

Semiramide, che fece una legge per permettere a tutti la libido nel suo paese e quindi non essere biasimata nella sua condotta libertina; è anche indicata come moglie e successore di Nino, che regnò nella terra che oggi governa il Sultano, cioè Babilonia, anche se ai tempi di Dante il sultano regnava su Babilonia d’Egitto.

Didone, personaggio virgiliano, che il maestro ha la delicatezza di non citare per nome, ma che indica come colei che ruppe fede al giuramento sulle ceneri di Sicheo e che si uccise per amore (di Enea)

Cleopatra lussurïosa

Elena di Troia, per la quale tanto male nacque

Achille, il grande Achille, che combatté per amore (nelle redazioni medievali si narrava che si fosse innamorato follemente di Polissena, figlia di Priamo, e per questo amore si fosse lasciato trarre in un agguato dove fu ucciso a tradimento, vedi anche le Metamorfosi di Ovidio)

Paride

Tristano Paolo e Francesca

Dopo aver sentito queste e molte altre anime di antiche eroine e cavalieri (in senso lato, secondo l’accezione medievale, come personaggi mitici e importanti in genere); al sentire nominare nomi così famosi Dante è al colmo della misericordia e quasi sviene.

L’attenzione di Dante viene attirata da due anime che al contrario delle altre volano unite l’una all’altra e sembrano leggère nel vento, quindi chiede a Virgilio di poter parlare con loro, che acconsente a chieder loro di fermarsi quando il vento le porterà più vicine.

Dante allora si rivolge a loro: “O anime affannate, / venite a noi parlar, s’altri (cioè Dio) nol niega!”. Allora esse uscirono dalla schiera dei morti per amore (dov’era Didone) come le colombe che si alzano insieme per volare al nido.

Le anime giungono così dal cielo infernale, grazie alla richiesta pietosa del Poeta. Parla la donna: (parafrasi) “Oh persona gentile e buona che visiti nell’oscuro inferno le anime di noi che tingemmo la terra di rosso sangue, se Dio fosse nostro amico, noi lo pregheremmo raccomandandoti a lui, perché hai avuto pietà di noi peccatori perversi. Dicci cosa vuoi sapere e noi parleremo con te, finché il vento ci fa qui riposare. La città dove nacqui si trova dove il Po trova la pace, sfociando nel mare coi suoi affluenti (Ravenna). L’amore che attecchisce velocemente nei cuori gentili [1] fece invaghire lui (Paolo) della mia bella presenza, che oggi non ho più; il modo mi offende ancora” (verso ambiguo: Francesca intendeva che è ancora soggiogata dall’intensità (dal modo) dell’amore di Paolo, oppure che il modo in cui le fu tolta la sua bella persona (cioè il suo corpo) la urta ancora, alludendo all’omicidio? Per parallelismo con la terzina successiva in genere si preferisce la prima interpretazione): “Amor, che a nullo amato amar perdona, / mi prese del costui piacer sì forte…”. Dunque, l’amore non esonera nessuna persona amata dall’amare a sua volta. Dante qui richiama esplicitamente la teologia cristiana secondo la quale tutto l’amore che ciascuno dona agli altri, tornerà indietro parimenti, anche se non nello stesso tempo o forma. Infine Francesca rappresenta un’eroina romantica, infatti in lei abbiamo la contraddizione tra ideale e realtà: lei realizza il suo sogno, ma riceve la massima punizione .

Queste furono le parole che essi dissero (sebbene parli solo Francesca). Dante china il viso pensoso, finché Virgilio lo sprona chiedendogli “A che pensi?”

Dante non dà una vera e propria risposta ma sembra proseguire ad alta voce i pensieri: (parafrasi) “Che bei pensieri amorosi, quanto desiderio reciproco portò queste anime alla dannazione!”. Poi, rivolgendosi di nuovo a loro: “Francesca[3], le tue pene mi fanno diventare triste e pio, al punto di aver voglia di piangere. Ma dimmi, con quali fatti e come avete fatto a passare dai dolci sospiri alla passione, che porta tanti dubbi di essere corrisposti.”

Ed essa rispose: (parafrasi) “Niente è peggiore per me che ricordare i tempi felici ora che sono in questa misera condizione, e lo sa bene il tuo dottore [4]. Ma se proprio vuoi sapere l’origine del nostro amore, ti racconterò tra le lacrime (“come colui che piange e dice”). Un giorno stavamo leggendo per passatempo dell’amore di Lancillotto. Eravamo soli e non sospettavamo niente. Più volte quella lettura ci spinse a guardarci e ci fece sbiancare… ma fu in un punto preciso che vinse la nostra volontà: quando leggemmo il bacio tra Lancillotto e Ginevra, Paolo, che da me non verrà mai diviso, la bocca mi baciò tutto tremante. Galeotto [5] fu ‘l libro e chi lo scrisse: quel giorno non andammo più avanti nella lettura.”

Mentre uno spirito diceva questo, l’altro piangeva in modo talmente pietoso, che mi sentii morire e caddi per terra come cade un corpo morto.

Questi due sono le anime di Paolo Malatesta e di Francesca da Polenta che furono travolti dalla passione e che vennero sorpresi da Gianciotto Malatesta, rispettivamente fratello e marito dei due, e trucidati.

Francesca commossa dalla pietà mostrata da Dante gli racconta di quella passione così forte che li ha uniti sia nella vita che nella morte e del momento in cui i due si resero conto del loro amore reciproco, e durante tutto il racconto Paolo singhiozza. Dante infine vinto dall’emozione perde i sensi e cade a terra.

L’incontro con Paolo e Francesca è il primo di tutto il poema nel quale Dante parli con un dannato vero e proprio (escludendo infatti i poeti del Limbo). Inoltre per la prima volta in assoluto viene ricordato un personaggio contemporaneo, conformemente al principio che Dante stesso ricorderà in Pd XXVII di ricordare di preferenza le anime di fama note perché più persuasive per il lettore dell’epoca (fatto senza precedenti nella poesia impegnata e per molto tempo senza seguito, come ebbe modo di far notare Ugo Foscolo).

Paolo e Francesca si trovano nella schiera dei “morti per amore”, e il loro avvicinarsi è descritto da ben tre similitudini che richiamano il volo degli uccelli, riprese in parte dall’Eneide.

Tutto l’episodio ha come motivo conduttore quello della pietà: la pietà affettuosa percepita dai due dannati quando vengono chiamati (tanto da far dire a Francesca un paradossale desiderio di pregare per lui, detto da un’anima infernale), oppure la pietà che traspare dalla meditazione che Dante ha dopo la prima confessione di Francesca, quando resta in silenzio, infine il culmine finale quando il poeta cade svenuto (di pietade / io venni meno così com’io morisse).

Per questo Dante è molto indulgente nella rappresentazione dei due amanti: non vengono descritti con severità intransigente o sprezzante (per esempio come è descritta freddamente poco prima Semiramide), ma il poeta mette alcune scusanti al loro peccato, sia pure solo sul piano umano (non mette in dubbio per esempio la gravità del peccato, essendo ferme e convinte le sue convinzioni religiose). Francesca appare così una creatura gentile intesa come di metodi cortesi cioè di corte.

Questo incontro ha fondamentale importanza per Dante che capisce il sentimento della pietà

[Dario e Nagip, 2D]

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