Eugenio Montale: la poesia delle occasioni e dei simboli

Non c’è poeta italiano del ‘900 più incisivo e determinante da un punto di vista poetico di Eugenio Montale.
Benché si debba fare un distinguo: il Montale maggiore, quello che arriva fino a Le occasioni; dal Montale in diminuendo (tutto il resto della sua poesia).
E’ in particolare Ossi di seppia la raccolta che segna una vera rivoluzione comunicativa nella poesia del ‘900, come si legge dalla poesia introduttiva, I limoni:

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantanoi ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rurnorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

[tentativo di un’analsi]

–> da http://www.limmi.it/content/view/55/118/lang,it/
Eugenio Montale (Genova 1896 – Milano 1981)

Eugenio Montale, poeta genovese del “Male di Vivere”, fu insignito del premio Nobel per la Letteratura nel 1975. In questa lirica, inclusa nella raccolta del 1925 Ossi di Seppia, l’immagine semplice e carica di simbolismo del limone, viene a dipanare una realtà cruda, aspra e nuda dai toni, tuttavia, vivaci e colorati.
Di salute malferma e carattere schivo, Montale fin da giovane coltiva la sua passione per la letteratura, la poesia e il canto. Dopo la guerra del 1917 stringe rapporti con gli scrittori che frequentano il Caffè Diana di Genova e anche con il gruppo torinese di Piero Gobetti, che negli anni Venti, si pone in opposizione al Futurismo, al Dannunzianesimo e in generale alla cultura del  fascismo. Nel 1925 pubblica, proprio per le edizioni di Gobetti, il suo primo libro di poesie, Ossi di seppia, firma il manifesto antifascista di Croce e pubblica sulla rivista milanese “L’esame” l’articolo omaggio a Italo Svevo. L’anno successivo conosce Umberto Saba e il poeta americano Ezra Pound e da allora comincia ad allargare i suoi interessi verso la letteratura anglosassone e poi europea. Nel 1927 inizia a lavorare a Firenze per la casa editrice Bemporad dove conosce Drusilla Tanzi, la compagna di vita che sposerà solo nel 1962, e diventa uno dei principali attori della vita intellettuale fiorentina: frequenta il caffè degli Ermetici, Le Giubbe Rosse e fa amicizia con i maggiori scrittori italiani dell’epoca (Vittorini e Gadda). Nel ’39 pubblica la sua seconda raccolta di poesie, Le occasioni.  Nel ’43, a Lugano, riesce a pubblicare un piccolo volume esportato clandestinamente in Svizzera, Finisterre. Finita la guerra, si iscrive al partito e insieme a Bonsanti e Loira  fonda  il quindicinale “Il Mondo”. Ma l’ideale di un’Italia liberale ed europea viene presto deluso e mette fine alla sua esperienza politica.
Dal ’48 la sua vita cambia. Inizia a lavorare a Milano (la città in cui morirà) come giornalista e critico letterario presso il Corriere della Sera e pubblica scritti di attualità culturale e politica, recensioni musicali, reportages di viaggio dal mondo e racconti brevi, raccolti poi nel volume Farfalla di Dinard del 1958. Nel ’56 esce La bufera e altro, la sua terza raccolta di poesie relative agli anni della guerra e dell’immediato dopoguerra. Negli anni Cinquanta e Sessanta è ormai considerato il più grande poeta italiano vivente, modello di cultura laica e liberale, e dopo la nomina a senatore a vita nel 1967, nel 1975 viene insignito del premio Nobel per la letteratura.  Altre pubblicazioni: le riflessioni di Auto da fé (1966), Trentadue variazioni (1973) e, dopo un periodo di silenzio poetico, Satura (1971), Diario del ’71 e del ’72 (1973) e Quaderno di quattro anni (1977). Nel 1980 viene pubblicata l’edizione critica di tutta la sua Opera in versi, un caso eccezionale nella contemporaneità per un autore vivente. Trascorre quasi tutta la sua vecchiaia nell’appartamento di Milano, dove muore nel 1981.

Consapevole che la conoscenza umana non può raggiungere l’assoluto, nemmeno tramite la poesia, a cui spesso si tende ad affidare il ruolo di fonte d’elevazione spirituale per eccellenza, Montale scrive poesia perché questa possa essere una sorta di strumento/testimonianza d’indagine della condizione esistenziale dell’uomo novecentesco. A differenza delle allusioni ungarettiane, Montale fa un ampio uso di idee, di emozioni e di sensazioni più indefinite. Montale cerca una soluzione simbolica in cui la realtà dell’esperienza diventa una testimonianza di vita. È la negatività esistenziale vissuta dall’uomo novecentesco dilaniato dal divenire storico. Il poeta, però, vede in alcune immagini una sorta di speranza contro questa situazione di “male di vivere”: ad esempio, il mare (pensando a Ossi di seppia) e in alcune figure di donne che sono state importanti nella sua vita. La poesia di Montale assume dunque il valore di testimonianza e un preciso significato morale: Montale esalta lo stoicismo etico di chi compie in qualsiasi situazione storica e politica il proprio dovere. Montale non credeva all’esistenza di «leggi immutabili e fisse» che regolassero l’esistenza dell’uomo e della natura; da qui deriva la sua coerente sfiducia in qualsiasi teoria filosofica, religiosa, ideologica che avesse la pretesa di dare un inquadramento generale e definitivo, la sua diffidenza verso coloro che proclamavano fedi sicure. Per il poeta la realtà è segnata da una insanabile frattura fra l’individuo e il mondo, che provoca un senso di frustrazione e di estraneità, un malessere esistenziale. Questa condizione umana è, secondo Montale, impossibile da sanare se non in momenti eccezionali, veri stati di grazia istantanei che Montale definisce miracoli, gli eventi prodigiosi in cui si rivela la verità delle cose, il senso nascosto dell’esistenza. Montale matura negli anni della giovinezza una visione prevalentemente negativa della vita, come egli stesso ha dichiarato. Rispetto a questa visione, la poesia si pone per Montale come espressione profonda e personale della propria ricerca di dignità e del tentativo più alto di comunicare fra gli uomini. L’opera di Montale è, infatti, sempre sorretta da un’intima esigenza di moralità, ma priva di qualunque intenzione moralistica: il poeta non si propone come guida spirituale o morale per gli altri; attraverso la poesia egli tenta di esprimere la necessità dell’individuo di vivere nel mondo accogliendo con dignità la propria fragilità, incompiutezza, debolezza.

Alcuni caratteri fondamentali del linguaggio poetico montaliano sono i simboli: nella poesia di Montale compaiono oggetti che tornano e rimbalzano da un testo all’altro e assumono il valore di simboli della condizione umana, segnata, secondo Montale, dal malessere esistenziale, e dall’attesa di un avvenimento, un miracolo, che riscatti questa condizione rivelando il senso e il significato della vita. In Ossi di seppia il muro è il simbolo negativo di uno stato di chiusura e oppressione, mentre i simboli positivi che alludono alle possibilità di evasione, di fuga e di libertà sono l’anello che non tiene, il varco, la maglia rotta nella rete. Nelle raccolte successive il panorama culturale, sentimentale e ideologico cambia e, quindi, risulta nuova anche la simbologia.

(leggi in Wikipedia)

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1 Response to “Eugenio Montale: la poesia delle occasioni e dei simboli”


  1. 1 fabio lampredi 18 febbraio 2010 alle 9:35 am

    questo sito e bello


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