Luoghi manzoniani

Sono i luoghi, o quello che ne rimane, serviti da ispirazione ad Alessandro Manzoni e citati nell’opera I promessi sposi, spunto per un itinerario storico-letterario-turistico tra le poche parti vecchie della città, risparmiate dall’espansione urbanistica legata allo sviluppo industriale. Alcuni luoghi sono storici, come il convento di Pescarenico o il ponte Azzone Visconti, altri indicati dalla tradizione, come la presunta casa di Lucia Mondella o il tabernacolo dei Bravi.

Il romanzo è ambientato nella Lombardia del Seicento, più precisamente nella zona che va dal lago di Como e l’Adda a Monza e Milano. Questa scelta non è casuale dato che Manzoni scrive di luoghi a lui familiari.

Il convento di Pescarenico

Da “I Promessi Sposi”:

Questa è una piccola parte:

Il sole non era ancor tutto apparso sull’orizzonte, quando padre Cristoforo uscì dal suo convento di Pescarenico, per salire alla casetta dove era aspettato. E’ Pescarenico una terricciola, sulla riva sinistra dell’Adda, o vogliam dire del lago, poco discosto dal ponte: un gruppetto di case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare. Il convento era situato (e la fabbrica ne sussiste tuttavia) al di fuori, e in faccia all’entrata della terra, con in mezzo la strada che da Lecco conduce a Bergamo.

Il luogo descritto è quello che più è stato risparmiato dal mutare della città. Sono state mantenute le antiche viuzze e le casette sono ancora addossate le une alle altre con i piccoli cortili interni. L’antico convento, oggi parrocchiale dei SS. Lucia e Materno, si trova nel rione in piazza Padre Cristoforo. Del convento rimangono il cortile ed alcune celle.

Il Palazzo di Don Rodrigo

Da “I Promessi Sposi”:

Il palazzotto di Don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d’una bicocca, sulla cima d’uno de’ poggi ond’è sparsa e rilevata quella costiera. A questa indicazione l’anonimo aggiunge che il luogo (avrebbe fatto meglio a scrivere alla buona il nome) era più in su del paesello degli sposi, discosto da questo forse tre miglia, e quattro dal convento. Appiè del poggio, dalla parte che guarda a mezzogiorno, e verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini di don Rodrigo; ed era come la piccola capitale del suo piccol regno. Bastava passarvi, per esser chiarito della condizione e de’ costumi del paese. Dando un’occhiata alle stanze terrene, dove qualche uscio fosse aperto, si vedevano attaccati al muro schioppi, tromboni, zappe, rastrelli, cappelli di paglia, reticelle e fiaschetti di polvere, alla rinfusa… Fra Cristoforo attraversò il villaggio, salì per una viuzza a chiocciola, e pervenne sur una piccola spianata, davanti al palazzotto…Due grand’avvoltoi, con l’ali spalancate, e co’ teschi penzoloni, l’uno spennacchiato e mezzo roso dal tempo, l’altro ancor saldo e pennuto, erano inchiodati, ciascuno sur un battente del portone; e due bravi, sdraiati, ciascuno sur una delle panche poste a destra e a sinistra, facevan la guardia, aspettando d’esser chiamati a goder gli avanzi della tavola del signore.

Sullo Zucco di Olate, una collina fra la valletta del Volone e il corso del torrente Caldone. Già in un dipinto del pittore bresciano Aragone Aragonio del 1608 troviamo una villa con una torre merlata. Forse quella torre, come tramandava la tradizione, si riferiva al castello di Luera. I proprietari fuorono diversi nobili e conti come gli Arrigoni, i Carpi, Salazar di origine spagnola, i Ferrari e per ultimo fu anche ritrovo di patrioti risorgimentali. La costruzione era il tipo di villa castello utilizzata come residenza signorile di campagna. Era costituita da due corpi ed all’interno c’era un cortiletto, mentre sul lato occidentale, verso Olate, si alzava una torre con grandi finestre a bifora. La costruzione, che ispirò probabilmente il Manzoni per descrivere la casa di don Rodrigo, venne distrutta nel 1937 e la villa che oggi vi sorge assomiglia soltanto al palazzo.

La fuga

Da “I Promessi Sposi”:

Il barcaiolo, puntando un remo alla proda, se ne staccò; afferrato poi l’altro remo, e vogando a due braccia, prese il largo, verso la spiaggia opposta. Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e l’ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo…I passeggieri silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grand’ombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva un feroce che ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia d’addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia li vide, e rabbrividì, scese con l’occhio giù giù per la china, fino al suo paesello, guardò fisso all’estremità, scoprì la sua casetta, scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprì la finestra della sua camera; e, seduta, com’era, nel fondo della barca, posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente.

Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a che è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più famigliari; torrenti, de’ quali distingue lo scoscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana!

Il luogo potrebbe essere individuato nella zona di Pescarenico, poco discosto dall’abitato dei pescatori. Da li era possibile vedere i monti che fanno corona a Lecco e scendere giù giù con lo sguardo come descritto dal Manzoni. Oggi la zona è assai mutata dalle costruzioni che ne limitano lo sguardo, ultima opera che ne deturpa la memoria manzoniana è il nuovo ponte costruito a poca distanza per l’attraversamento cittadino.

L’Innominato

Da “I Promessi Sposi”:

Da un’alta finestra del suo castellaccio, guardava da qualche tempo verso  uno sbocco della valle…

… Entrano nella valle. Come stava allora il povero don Abbondio! Quella valle famosa, della quale aveva sentito raccontar tante storie orribili, esserci dentro: que’ famosi uomini, il fiore della braveria d’Italia… Si inchinavano sommessamente al signore; ma certi visi abbronzati! Certi baffi irti! Certi occhiacci, che a don Abbondio pareva volessero dire: fargli la festa a quel prete?… Intanto s’andava avanti per un sentiero sassoso, lungo il torrente: al di là di quel prospetto di balze aspre, scure, disabitate; al di qua quella popolazione da far parer desiderabile ogni deserto: Dante non istava peggio nel mezzo di Malebolge.

Passan davanti la Malanotte; bravacci sull’uscio, inchini al signore, occhiate al suo compagno e alla lettiga. Coloro non sapevan cosa si pensare… Fanno la salita, sono in cima. I bravi si trovan sulla spianata e sulla porta, si ritirano di qua e di là, per lasciare il passo libero…

Salendo da Vercurago e superata la Valletta, dove alcune muraglie e torri proteggono l’eremo di S. Girolamo Miani, fondatore dei padri Somaschi, si erge la Rocca di Chiuso. Da un piazzaletto si accede, attraverso una porta, in un quadrilatero con una torre che guarda la valle di Somasca. Del castello resta ben poco a seguito dello smantellamento eseguito ad opera dei Francesi nel 1509. Si pensa che il Manzoni abbia tratto ispirazione per collocarvi la dimora dell’innominato in considerazione che il luogo era conosciuto un tempo come il Tremasasso, nome che ricorda i banditi che vi si annidarono nel Seicento e le aspre contese tra i due stati confinanti.

Probabilmente l’origine della fortezza è assai più antica e individuabile nella “Rocha de Leucho” che nel 1157 veniva protetta contro il Barbarossa.

Il Sarto

Da “I Promessi Sposi”:

…Il cardinale lasciò andar la mano dell’innominato, con il quale intanto aveva concertato quello che dovevan fare; si discostò un poco, e chiamò con un cenno il curato della chiesa. Gli disse in succinto di che si trattava; e se saprebbe trovar subito una buona donna che volesse andare in una lettiga al castello, a prender Lucia: una donna di cuore e di testa, da sapersi ben governare in una spedizione così nuova, e usar le maniere più a proposito, trovar la parole più adatte, a rincorare, a tranquillizzare quella poverina, a cui, dopo tante angosce, e tanto turbamento, la liberazione stessa poteva metter nell’animo una confusione. Pensato un momento, il curato disse che aveva la persona a proposito, e uscì…

…La comitiva arrivò che le funzioni di chiesa non erano ancor terminate; passò per mezzo alla folla medesima non meno commossa della prima volta; e poi si divise. I due a cavallo voltarono sur una piazzetta di fianco, di fondo a cui era la casa del parroco; la lettiga andò avanti verso quella della buona donna.

La buona donna, fatta seder Lucia nel miglior luogo della sua cucina, s’affacendava a preparar qualcosa da ristorarla, ricusando, con una certa rustichezza cordiale, i ringraziamenti e le scuse che questa rinnovava ogni tanto.

…Tutt’a un tratto, si sente uno scalpiccio, e un chiasso di voci allegre. Era la famigliola che tornava di chiesa. Due bambinette e un fanciullo entran saltando; fermano un momento a dare un’occhiata curiosa a Lucia, poi corrono alla mamma e le s’aggruppano intorno: chi domanda il nome della sconosciuta, e il come e il perché… Era, se non l’abbiamo ancor detto, il sarto del villaggio, e de’ contorni, un uomo che sapeva leggere, che aveva letto in fatti più d’una volta il Leggendario de’ Santi, il Guerrin meschino e i Reali di Francia, e passava, in quelle parti, un uomo di talento e di scienza…

La casa del sarto è situata nel rione di Chiuso, sotto la rocca dell’Innominato. Questo luogo fu citato espressamente nel prima stesura del romanzo. Il vecchio nucleo mantiene la struttura antica con le piccole viuzze.

(Sofia Jemmah, 3D)

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