Biografia di Francesco Petrarca

Nacque ad Arezzo il 20 luglio 1304, da Eletta Cangiani (o Canigiani) e dal notaio ser Pietro di ser Parenzo di ser Garzo dell’Incisa

A causa dell’esilio paterno, il giovane Francesco trascorse l’infanzia in Toscana dove il padre era solito spostarsi per ragioni politico-economiche. Ma già nel 1311 la famiglia Malgrado le inclinazioni letterarie, manifestate precocemente nello studio dei classici e in componimenti d’occasione, Francesco, dopo gli studi grammaticali compiuti sotto la guida di Convenevole da Prato, venne mandato dal padre prima a Montpellier e dal 1320, insieme a Gherardo, a Bologna per studiare diritto civile.

Morto il padre, poco dopo il rientro in Provenza (1326), Petrarca incontrò il 6 aprile 1327, nella chiesa di Santa Chiara in Avignone, Laura e se ne innamorò. Un amore autentico per una donna reale

Attorno al 1330, consumato il modesto patrimonio paterno, Petrarca si diede alla carriera ecclesiastica, abbracciando gli ordini minori. In questo periodo fu assunto quale cappellano di famiglia dal cardinale Giovanni Colonna, fratello di Giacomo Colonna, anch’esso amico del poeta, nominato vescovo di Lombez nel 1330

Ad Avignone e ritorno

Parallelamente alla formazione culturale classica e patristica, cresceva il suo prestigio in campo politico: nel 1335 ebbe inizio il suo carteggio con il Papa, inteso non solo a sedare le più incresciose rivolte della penisola, ma anche a ottenere il ritorno della sede pontificia da Avignone a Roma.

A questo periodo (13361337) risalgono anche la prima visita dell’Urbe, il trasferimento da Avignone a Valchiusa, attualmente Fontaine-de-Vaucluse nel dipartimento francese della Vaucluse, dove aveva acquistato una casa e la nascita di un figlio naturale, Giovanni, che morì in giovane età. All’anno successivo rimonta il progetto delle opere umanisticamente più impegnate, la cui parziale stesura, dell’Africa in particolare, gli procurò tale notorietà che contemporaneamente (il 1° settembre 1340) gli giunse da Parigi e da Roma il desiderato invito dell’incoronazione poetica.

Scelta Roma, preparata l’orazione per la solenne cerimonia, Petrarca scese in Italia a Napoli[2], ove, sotto il patrocinio del re Roberto D’Angiò, lesse alcuni episodi del poema e discusse, in tre giornate, di poesia, dell’arte poetica e della laurea: l’8 aprile del 1341, per mano del senatore Orso dell’Anguillara, veniva incoronato magnus poeta et historicus, e otteneva il privilegium laureae.

Questo altissimo riconoscimento, che sarà al centro della battaglia combattuta da Petrarca per il rinnovamento umanistico della cultura, lo confortò a proseguire la stesura dell’Africa, ospite di Azzo da Correggio a Parma e a Selvapiana, in Valdenza, sino al 1342.

Altri eventi turbarono la sua vita a Valchiusa: come la conoscenza di Cola di Rienzo, alle cui istanze Petrarca ottenne dal Papa la promessa della proclamazione, nel 1350, del giubileo romano, la monacazione (tra i certosini di Montreux-Jeune) di Gherardo, la nascita (da una misteriosa relazione) di una figlia illegittima, Francesca.

Da Napoli a Milano

Statua di Petrarca, Uffizi a Firenze

Verso la fine del 1343 ritornò, per incarico del Papa, a Napoli, ripassò da Parma e si recò, infine, a causa della guerra che turbava l’Emilia, a Verona, dove scoprì i primi sedici libri delle “Epistole” ad Attico e le “Epistole” a Quinto e a Bruto di Cicerone. Dall’autunno del 1344 al 1347 risiedette a Valchiusa, donde lo distolse l’entusiastica adesione alla rivolta di Cola, ben presto smorzata amaramente dagli eventi, quando già aveva varcato le Alpi.

Rinunciò al viaggio romano e si arrestò a Parma, dove lo raggiunse la notizia (19 maggio 1348) della morte di Laura, colpita dalla peste così come gli amici Sennuccio del Bene, Giovanni Colonna, Francesco degli Albizzi.

Lasciata Parma, Petrarca riprese a vagabondare per l’Italia (fu a Carpi e a Ferrara, a Padova su invito di Francesco da Carrara, a Mantova, a Firenze, ove rinnovò i legami amicali con Giovanni Boccaccio e altri letterati toscani, e a Roma), fino al 1351, quando, rifiutata ogni altra offerta, rientrò (anche su pressione papale) in Provenza, donde scrisse le prime Epistole a Carlo IV di Boemia perché scendesse in Italia a sedare le rivolte cittadine.

In Italia, fino alla morte

Nel giugno del 1353, in seguito alle aspre e pungenti polemiche ingaggiate con l’ambiente ecclesiastico e culturale di Avignone, Petrarca lasciò la Provenza e accolse l’ospitale offerta di Giovanni Visconti, arcivescovo e signore della città, di risiedere a Milano[3]. Malgrado le critiche di amici e nemici, collaborò con missioni e ambascerie (a Genova, a Venezia e a Novara, incontrò l’imperatore a Mantova e a Praga) all’intraprendente politica viscontea, cercando di indirizzarla verso la distensione e la pace.

Nel giugno del 1359 per sfuggire la peste abbandonò Milano per Padova e poi (1362) per Venezia, dove la Repubblica Veneta gli donò una casa in cambio della promessa di donazione, alla morte, della biblioteca alla città lagunare. Il tranquillo soggiorno veneziano, trascorso fra libri e amici, fu turbato nel 1367 dall’attacco maldestro e violento mosso alla cultura, all’opera e alla figura sua da quattro filosofi averroisti: amareggiato per l’indifferenza dei veneziani, Petrarca, dopo alcuni brevi viaggi, accolse l’invito di Francesco da Carrara e si stabilì a Padova, donde, di lì a poco (1370), si trasferì con i suoi libri ad Arquà, un tranquillo paese sui colli Euganei, nel quale, per generoso dono del tiranno padovano, si era costruito una modesta casa. Tra le famiglie padovane che gli furono più vicine ci fu quella dei Peraga e in particolare con i due fratelli frati Bonsembiante e Bonaventura Badoer Peraga. Da Arquà (dove l’aveva raggiunto con il marito Francescuolo da Brossano la figlia Francesca) si mosse di rado: una volta per sfuggire alla guerra scoppiata tra Padova e Venezia, un’altra per pronunciare una solenne orazione che ratificava la pace tra le due città venete.

Colpito da una sincope, morì ad Arquà nella notte fra il 18 e il 19 luglio del 1374, secondo la leggenda mentre esaminava un testo di Virgilio, come auspicato in una lettera al Boccaccio[4]. Il frate dell’Ordine degli Eremitani di Sant’Agostino Bonaventura Badoer Peraga fu scelto, da tutte le autorità, per tessere l’orazione funebre a nome di tutti. Per volontà testamentaria, le spoglie di Petrarca furono sepolte nella chiesa parrocchiale del paese; furono poi collocate dal genero in un’arca marmorea accanto alla chiesa.

[Giovanna e Sara, II D]

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